S.V.P. Simone Ghelli su letteratura e web 3.0.

5 novembre 2009 alle 2:31 am | Pubblicato su Segnalazioni | 3 commenti
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warwideliterarywebSegnaliamo e volentieri pubblichiamo l’intervento apparso oggi sul blog Scrittori Precari, “La letteratura, il web e la compulsione a scrivere” di Simone Ghelli, scritto a seguito dell’infinito polemos sulle gazzette letterarie web, che l’inesattezza d’analisi ha prodotto nella selva feroce dei commenti web (che qui bacchettano il cartaceo, e lo bacchettano forte). Il testo di Ghelli illustra chiaramente, trovandoCi all’unisono, come il web 2.0 sia un passaggio necessario, ma non ingabbiante, per la letteratura, nel ritrovare la propria comunità scrivente di individui interconnessi e non omologati nel 3.0 (o 4.0). Quando in Italia il wireless sarà ovunque password per una parola veramente politica, intelligentemente megafonica e di scarto. E le consorterie forse rimarranno, ma si vedranno a viso aperto…

Ed eccovi il testo:

LA LETTERATURA, IL WEB E LA COMPULSIONE A SCRIVERE

[Questo pezzo nasce a margine di un dibattito iniziato da un articolo di Gilda Policastro, intitolato Viaggio tra le gazzette dell’era di internet, e proseguito con le risposte di Carla Benedetti e del blog Sul Romanzo]

A che cosa somiglia di più, mi chiedo, questo schermo munito di tastiera su cui passo ormai molte ore della mia giornata: al vecchio caro foglio bianco che mi si para davanti quando clicco sull’icona di Word, o a una finestra spalancata sul mondo? A ben vedere, questo attrezzo chiamato personal computer, se non lo si mette in rete ha ben poche differenze rispetto a una normale macchina da scrivere.

Si tratta in pratica di uno strumento “privato”, “personale” per l’appunto, che improvvisamente può diventare di dominio pubblico, con tutte le complicazioni del caso.

Questo per dire che la scrittura sul web – soprattutto quando si parla di quei blog e di quei siti che si aprono ai commenti – è prima di tutto performativa, legata cioè al contesto in cui si sviluppa e ai tempi di reazione dei contendenti.

Come nota giustamente Gilda Policastro nel suo articolo, in questo senso viene meno quella “distanza critica” che caratterizza ad esempio il dialogo/confronto tra due o più riviste (che alcuni dei siti letterari più importanti in certi casi continuano a fare). Da questo punto di vista internet sembrerebbe quindi abolire quello spazio della riflessione che è di dominio della critica, sacrificandolo alla necessità di tallonare da vicino il proprio argomento, che spesso e volentieri finisce con il trasformarsi (e non sempre suo malgrado) in un grande spot promozionale a favore di questa o di quell’altra parrocchia. Eppure, se da una parte questo discorso mi sembra valere per un genere come la recensione – sempre più spesso relegata al compito di decorare l’informazione (e non vale solo per internet) – direi che la questione dei “commentari” non si può liquidare semplicemente paragonando la discussione a un’arena dove si battono i “tori della tastiera”, anche perché non mancano, come in ogni corrida che si rispetti, i toreri con il loro seguito di picadores.

Propongo allora di non prendere il toro per le corna e di considerare la questione da un altro punto di vista: forse che il problema è legato solo all’ambito dei “blog o siti letterari”?

Quella dei cosiddetti disturbatori è una categoria trasversale, che costituisce una delle componenti del web, ma che evidentemente da più fastidio quando si esibisce in certe arene anziché in altre (motivo per cui alcune di queste vengono chiuse ai commenti). Ecco perché eviterei di usare una categoria quale la Letteratura e mi concentrerei piuttosto sulle scritture, che è lo stesso motivo che mi porterebbe a sostituire l’arena con la palestra, dove la definizione di “agonismo muscolare” perderebbe un po’ di quella violenza di cui si nutre invece ogni corrida che si rispetti. Il web come palestra di scrittura, e dunque come scrittura performativa, lo trovo un buon punto di partenza per una serie di motivi: innanzitutto perché il personal trainer ha modo di disciplinare l’ambiente avendo al tempo stesso la possibilità di allenarsi (molto spesso è qualcuno che quella stessa palestra l’ha in passato frequentata come tesserato), ma senza sentirsi in diritto d’infilzare chi vuol fare di testa sua con gli attrezzi, perché è sufficiente stirarsi un muscolo per capire come regolarsi la volta seguente (leggasi autoregolamentazione). Certo, un po’ come avviene con l’insistenza nel curare il proprio corpo, anche quella della scrittura in internet sembra essere per certi aspetti una pratica compulsiva, una fissazione che si rafforza con il protrarsi dell’allenamento, e questo è il motivo per cui mi annovero tra i fautori del cosiddetto web 3.0, dove si rende auspicabile un dialogo effettivo tra la rete e il suo esterno, perché, se proprio devo dirla tutta, a me pare che la scrittura in rete sia più vicina all’oralità che alla scrittura vera e propria. Un’oralità che certamente risente di certi modelli, come quelli del talk show televisivo, dove si fa a chi urla di più, ma non sarà perché forse è la stessa critica ad alzare la voce per farsi sentire, come quando finisce puntualmente a scornarsi sulla questione dei premi letterari, tanto per fare un esempio?

Ecco che allora sembra non esserci poi tutta questa differenza fra internet e il resto, se non, giustamente, per una questione di maggior visibilità a minor costo.

Ma è tutta qui la prerogativa del web?

Il fatto è che molto spesso i blog o i siti letterari (dai più piccoli ai più grandi e importanti) sono ben poco pluralisti, poiché per pubblicare si devono avere i contatti giusti, essere un minimo conosciuti, come d’altronde è sempre accaduto per le riviste cartacee e per quanto concerne qualsiasi attività che sia gestita da una redazione (anche se, come ricorda Carla Benedetti nel suo pezzo, c’è sempre la possibilità di pubblicare una risposta ben articolata). Ora, la rivoluzione del web sembrava proprio consistere nello scavalcamento di questa sorta di barriera, in una libertà pressoché assoluta che si sta però dimostrando di difficile gestione, poiché questa voglia di letteratura (e non solo, ma atteniamoci al nostro caso) si quantifica in un’appendice di commenti come unico spazio disponibile al confronto, e dove effettivamente assistiamo troppo spesso a diatribe personali che deviano ben presto l’attenzione dall’articolo di partenza. Ché poi, a dire il vero, più che di disturbatori (che sono una minoranza) si dovrebbe parlare semmai di affezionati, di blogger (o semplici utenti) che seguono tutte le discussioni e si accalorano nel difendere quello o attaccare quell’altro, mimando quelle stesse dinamiche che si ritrovano in una riunione di condominio o in un’assemblea popolare (sì, è vero, sul web c’è il nick name dietro cui nascondersi, ma io di alcuni dei miei condomini non è che ne sappia poi molto di più). Con questo non voglio affatto mettermi a difendere chi usa lo spazio dei commenti per offendere o attaccare gratuitamente questo o quell’altra, ma solo precisare che forse certi contenuti e certi modi di veicolarli possono attrarre più facilmente di altri interventi del genere (che naturalmente ogni sito o blog ha la libertà di scegliere come meglio regolamentare).

Cominciamo allora a chiederci da dove viene tutta questa necessità di parlare di Letteratura, soprattutto in un paese dove secondo alcuni sarebbero di più gli scrittori dei lettori.

Forse che questa compulsione a scrivere potrebbe essere incanalata in esperimenti di scrittura collettiva (e già ce ne sono, cito su tutti il SIC), alla quale il web si presta per sua natura, e che magari metterebbe anche un freno alla sovrapproduzione di libri e libricini che esiste in Italia? I “tori da tastiera” potrebbero così trasformarsi nelle lepri dietro cui correr coi cani, e chissà, magari a forza di dar loro la caccia si finirebbe pure con lo stanare delle storie interessanti – ma in fondo lo diventano anche certe polemiche, arricchite da personaggi che per quanto ne so potrebbero essere del tutto inventati, e che pure finiscono con l’appassionarmi nel loro carteggio allo stesso modo di un feuilleton o di una telenovela ben articolata.

Ché poi, a pensarci bene, siamo proprio sicuri che questi siti non sentirebbero la mancanza dei tori scatenati con cui scaldare il pubblico dell’arena?

Simone Ghelli

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3 commenti »

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  1. Sono d’accordo con Simone, ma vorrei lanciare un’ulteriore riflessione, per uscire dalla retorica dei termini:
    in Italia ci sono più scrittori che lettori; chi li definisce così?
    Sono piuttosto scriventi che scrittori. Via internet ormai si può pubblicare un volume sulla raccolta delle liste della spesa della Sig.ra Maria, autofinanziato e ci mancherebbe, poi la Sig.ra Maria vende o regala il volume dicendo a tutti: ho pubblicato, sono una scrittrice. No, cara Sig.ra Maria, sei una grafomane o al più una scrivente!

  2. in effetti, Marianna, il “ci sono più scrittori che lettori” è un fatto indimostrabile: sono numeri che possono essere – al massimo – stimati.
    l’unico dato – più o meno – affidabile è quello A.I.E.: libri pubblicati e libri venduti. ma anche quei numeri sono di difficile interpretazione – difficile disaggregare i dati.
    i libri pubblicati in Italia sarebbero 60.000. quasi la metà è narrativa. più della metà [di 60.000] sono traduzioni. ma sono numeri che, nello specifico, è difficile analizzare.
    sulle vendite e i “lettori forti” la questione è ancora più complicata, perché si entra nel calcolo statistico – si intervista un campione e si chiede: quanti libri hai letto quest’anno?

    tornando ai dati A.I.E.: impossibile dire quanti dei 60.000 libri sono libri “veri” [non di editori a pagamento], quanti sono davvero “narrativa” ecc.

    quindi non resta che affidarsi a “impressioni” ed “esperienze”: ovvero chi ha dimistichezza di redazioni di case editrici sa quanti manoscritti arrivano, ogni giorno. però – anche qui – è facile immaginare che spesso i manoscritti siano gli stessi, inviati random a tot editori.

    infine [ma ci sarebbe molto altro da dire]: posso capire la tua distinzione fra scrivente e scrittore – anche se, allora, si dovrebbe trovare una definizione di “scrittore” – ma andrebbe definito anche il “lettore”.

    enrico

  3. @Marianna: io mi riferivo naturalmente a un luogo comune, che spesso viene però dimostrato dagli stessi manoscritti (ma anche da molti libri che escono), poiché molti di quelli che si definiscono scrittori (perché magari hanno pubblicato un libro, e sappiamo tutti in quanti modi si possa fare) sono i primi lettori “deboli”.


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