La cura 3. Speculum, forcipe e matita.

8 febbraio 2010 alle 4:00 am | Pubblicato su cose che accadono, Segnalazioni | 1 commento
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Ovvero di Editing e ostetricia.

Eccoci arrivati alla IIIª parte: la terza parte della Cura, testo introduttivo al progetto di collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi per Zona editrice. Poche settimane ci separano dall’uscita dei primi due libri di Enzo Fileno Carabba e Franz Krauspenhaar.

Questo è il nostro secco contributo al dibattito sull’editing più o meno violento, inconscio, panoptico. Dopo aver agitato l’ambiente editoriale (la cura I), per definire l’attribuzione della responsabilità dei tempi (la cura II, apparsa su «Scrittori Precari», «minima&moralia» e «Carmilla online»), vi parliamo brevemente del nostro rapporto ostetrico con gli autori, con i nostri autori, con tutti gli autori. Una libertà vigilata, una cura infermieristica del parto sofferto dell’autore, ingravidato dall’urgenza del Reale e da rispettare, ma anche indirizzare, come una Madre ancora debole, che non ha occhi che per il suo obbrobrio. L’autore però è la Madre, non è il Padre. Bisogna stare attenti con la castrazione della Madre…

Il compito finale della madre è quello di deludere gradualmente il bambino, ma essa non ha speranza di successo se non è riuscita ad offrire, all’inizio, sufficienti occasioni d’illusione. [D. W. Winnicott, Oggetti transizionali e fenomeni transizionali, 1958]
L’editoria non è un luogo nel quale sommando una serie di scelte che sembrano essere perfette si arriva a un risultato perfetto […] L’autore dovrebbe sempre essere un interlocutore forte, dovrebbe saper parlare, saper dire di no, tanto quanto deve essere in grado di ascoltare e accogliere i suggerimenti che gli servono. Ci sono compromessi depressi, schiaccianti verso il basso, e invece ci sono una serie di compromessi che sono pura, intelligentissima strategia. [Giorgio Vasta, intervistato da Colletivomensa, al festival letterario ULTRA 2009]

È come dice Giorgio Vasta: “l’autore dovrebbe saper dire di no”. Di più: un autore genera la sua scrittura, quindi l’autore è madre. Madre di un mondo intero, genitrice di parole, idee, stili, pause, ossessioni, vincoli, forma. Un libro dovrebbe sempre avere il codice genetico del suo autore, mischiato col dna delle cose che lo circondano, del suo Tempo, della sua vita. Dunque, la domanda è: se l’autore è madre, e ciò che vive e lo circonda è padre, che ruolo ha l’editing? Chi è l’editor?

Risposta: l’editor è [dovrebbe essere] – di volta in volta – l’ostetrica, l’infermiera, l’addetto che ripulisce la sala parto. Dipenderà dal parto: un libro che se ne sta capovolto, nell’utero creativo, ha bisogno di due mani decise, che lo rigirino, perché possa uscire di testa; e poi ci sono i libri che fan tutto da soli: e allora basta dargli una leggera lavata, prima di metterli in braccio all’autore, e tagliare il cordone ombelicale. E son figli, i libri: figli di una mente e di un cuore, che si sono innestati nel codice del Tempo presente, del Tempo dell’autore. E quando son nati, poi vanno via, camminano, se hanno forza. E diventano qualcosa di diverso, d’altro.

In questo processo di creazione, in questo dar vita, la tentazione dell’editor è di innestare anche il proprio patrimonio genetico, di accoppiarsi con l’autore, con la madre, e di suggerire il padre migliore – di mettere mano, insomma. Sì, perché a volte è una necessità, riconoscersi nei figli degli altri, dargli il nome: sostituirsi tecnicamente a chi scrive. Leggendo e rileggendo, vien voglia di alterare il ritmo, lo stile, di aggiungere virgole, pause. Modificare le parole. Accade quando non si hanno figli propri, a volte. Ma è un istinto naturale: procreare è l’ambizione di disegnare il Mondo a propria immagine e somiglianza, di avvicinarsi al creare divino.

E invece no! E invece l’editor deve tenere a freno la libido e ogni istinto basso e carnale, deve coadiuvare, deve esserci sempre: a sentire le paturnie della madre, e mantenerle la testa mentre lei-lui-autore vomita, perché il padre – il Tempo attuale, la Storia, le storie – il padre l’ha ingravidata e poi se n’è andato, via, puff! E serve, serve qualcuno che stia lì a sentire, o a rileggere, a vegliare con amore, qualcuno che pensa che quel libro sia un bel libro, che ci creda, fino in fondo. Qualcuno in grado di voler bene a distanza, di amare – di volta in volta – in maniera onesta. E distaccata.

Come dice Vasta: “ci sono compromessi depressi, schiaccianti verso il basso, e invece ci sono una serie di compromessi che sono pura, intelligentissima strategia”. E tutti, tutti i compromessi, devono rispettare la maternità del libro.

(Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi)

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