Anteprima da “L’ultima avventura del Signor Buonaventura” di Fabrizio Venerandi, Novevolt, ottobre 2010

14 ottobre 2010 alle 4:15 pm | Pubblicato su anticipazioni, L'ultima avventura del Signor Buonaventura | 2 commenti
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Quarta importante uscita di Novevolt per quest’anno, a fine ottobre: “L’ultima avventura del Signor Buonaventura” (Zona/Novevolt, pp. 74, 10 Euro), romanzo breve di un autore sui generis: Fabrizio Venerandi. In questo Novevolt, lo scrittore genovese – che ha già all’attivo un romanzo e alcune raccolte di racconti pubblicati da Di Salvo e Coniglio editore – ci presenta un racconto folle e ironico, tra fantascienza e picaresco, sul mondo letterario italiano, ambientato a Reggio Emilia. Un racconto che farà arrabbiare alcuni, e divertire molti. Ecco un’anteprima.

A un certo punto, siamo in questo posto e io sto bene mi sento proprio bene, ho preso uno sfatto, è il nome dell’aperitivo, era un locale dove si erano inventati più di cento alcolici con dei nomi strani, e io avevo preso uno sfatto e mi sentivo proprio bene, mi aveva preso la testa e mi rendevo conto che a fare due passi sarei caduto, ma stavo bene ridevo come un matto e dicevo ad Antonio che gli volevo bene, cazzo Antonio ti voglio bene, sono felice di vederti, e Antonio faceva un sorrisino mite, Antonio sorrideva mite e guardava Simone, che era il suo amichetto, che era uno davvero fico, di solito gli amici di Antonio sono fichi ma sono dei fottuti isterici, mentre questo era fico, si dava il trucco sotto gli occhi, ma leggero, dato bene, e diceva cose spiritose, muoveva le mani e se le stirava sulle ginocchia come i gatti.

Comunque, siamo in questo posto e a un certo punto vedo due o tre che vanno sul palco e io penso adesso suonano e invece no, tirano fuori dei fogli e parlano tra di loro avvicinandosi ai microfoni, sono tre ragazzi e una ragazza, i ragazzi hanno la faccia di tre commessi dell’ikea e la ragazza è una biondina insignificante, sorride a tutti e tiene in mano dei fogli scritti a mano.
«Che cazzo fanno?» chiedo ad Antonio e lui mi dice boh.
Insomma uno a uno salgono sul palco e si mettono a leggere dei fogli, con la voce bassa, e capisco che fanno delle poesie, non si capisce un cazzo, un po’ perché le frasi che dicono sono scritte difficili, tipo io e te siamo un vertiginoso niente/ siamo i residui del destino, o cose del genere, un po’ perché il microfono lancia dei fischi come un cavallo morente, non si sente molto. Insomma ogni tanto ci sono dei loro amici che gridano bravi e parte l’applauso freddino, ma tutti speriamo che si tolgano presto dalle palle perché dànno fastidio. Per ultima sale la ragazza, sorride a tutti, e inizia a leggere anche lei cose da letteratura, e a un certo punto due seduti al tavolino iniziano a chiaccherare e lei si ferma e li fissa e resta zitta e tutti allora si girano verso quei due che se ne accorgono e rimangono un po’ così, cioè non se lo aspettavano, e poi si mettono a ridere e se ne vanno un po’ scazzati, e allora la poetessa riprende da dove si era interrotta, e io penso, vedi la finta gatta morta, sembrava una che tutta sorrisi e timidezza poi ha i controcazzi. E continua a leggere con la seconda poesia, e qui c’è il grande cambiamento, perché adesso inizia a dire cose che capisco, sono un po’ tortuose, ma alla fine mi rendo conto che sta raccontando di lei che sbottona i pantaloni al suo uomo, e in effetti l’uditorio a questa poesia sta molto più silenzioso di prima, e questa biondina che non gli avrei dato mille lire, si mette a raccontare i cazzi suoi, e parla di un “pompino arcobaleno”, racconta tutta questa cosa del suo uomo che geme e lei che lo succhia e mentre lo succhia pensa a cose di poesia tipo che lui e il suo uomo sono un vertiginoso niente/ che sono i residui del destino, ma con tutta questa ambientazione del pompino che rende la poesia molto più interessante, infatti alla fine tutti le fanno un grosso applauso tranne uno dei suoi amici che resta gelido immobile con lo sguardo scuro e io capisco che era stato il destinatario del pompino arcobaleno, poveraccio.

E lei è felice di vedere che finalmente il pubblico di avventori è entrato nella sua poetica e allora passa a leggere un pezzo in cui lei cucina e io già mi sto per rompere di nuovo le palle quando, poco a poco, mi rendo conto che lei parla di cucinare, ma intende scopare perché a un certo punto lei descrive le sue dita che si infilano dentro a un carciofo come se cercassero il clitoride/ di una fica sconosciuta e questa immagine del clitoride del carciofo spalanca un baratro nella mia vita, mai più carciofi, come posso mangiare i carciofi pensando al loro clitoride fritto con l’aglio?

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