Nove domande, nove idee, Novevolt (la Cura IV)

8 novembre 2010 alle 7:52 pm | Pubblicato su 9 x 9, eventi, Libri | 2 commenti
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Autunno: cadono le foglie, ma si rinverdisce di novità l’alberello di Novevolt, con due nuovi titoli. Arrivati a quattro pubblicazioni, interpelliamo direttamente i nostri autori (Enzo Fileno Carabba, Franz Krauspenhaar, Alessio Arena e Fabrizio Venerandi) sui temi che ci fanno felici, che ci fanno arrabbiare, che ci preoccupano. Proponiamo così anche una costellazioni di termini, alcuni dei quali già affrontati in precedenza, nove idee per nove domande agli autori Novevolt, che definiscono i confini della nostra ricerca: qualità letteraria, autori en route, lettori vindicati, scritture urgenti, masse e-rotiche, storytelling esteso, sguardi obliqui/ubiqui, Italie distopiche, isole temporanee.

Pubblicheremo in parti le varie risposte. Ecco le prime tre risposte, di Fabrizio Venerandi e Alessio Arena.

1) QUALITÀ LETTERARIA. Novevolt, dalla sua nascita ad inizio 2010, ha cercato di promuovere un piccolo dibattito sul concetto di qualità letteraria. Una riproposizione, che noi consideriamo coraggiosa, di un termine negato, che ha fatto gridare in alcuni al ritorno dell’accademismo. Ovviamente, i curatori di Novevolt non credono che la qualità letteraria sia un giochetto imperscrutabile tra testo e critico, ma che preveda un’interazione, con i lettori e con il mondo dal quale il libro sorge, senza per questo esserne fedele (oggi pare che si confonda la qualità letteraria con la fedeltà cronachistica o la pietas). Tu cosa ne pensi? Pensi che parlare di qualità letteraria sia un segno d’accademismo e di distanza dal mondo? Non è possibile coniugare qualità e impegno? Qual è la tua definizione di qualità letteraria?

Alessio ArenaALESSIO ARENA: Premettendo che per qualità letteraria potremmo intendere una qualsiasi caratteristica che distingua un libro da un altro, credo che l’accezione positiva del termine la si trovi non nel carattere necessario della sua natura (vedi libri verità, docu-fiction etc..) e nemmeno nella golosità della lingua, di uno stile maturo, congruo, indefesso, quasi fosse prodotto di una catena di montaggio autoriale, che produce e dice una storia senza farsi cadere niente dalle mani, senza inflessioni. È per questo che spesso, negli ultimi tempi, ho letto romanzi, anche di miei coetanei, che mi sono parsi assolutamente perfetti nella loro forma, filati lisci dall’inizio alla fine. Eppure, per quanto mi riguarda, non sono certo adagiati sull’idea di letteratura che ho in mente io. Credo che un libro di qualità debba stancare, abbindolare per qualche momento il lettore, e poi prendersi cura di lui; credo debba essere letto più volte, sezionato per cercare di esserne partecipi completamente. È sempre una questione di principio: o si scrive un libro per piacere a un editore, o si scrive un libro per rompere il cazzo.

Fabrizio VenerandiFABRIZIO VENERANDI: Qualità letteraria significa avere consapevolezza della posizione intellettuale e culturale che si occupa. La qualità non è legata ad un genere o una categoria di prodotti editoriali. Lo scrittore deve sobbarcarsi della propria parte di responsabilità e fare qualcosa che sia prezioso, che metta in pratica le sue qualità nel raccontare o nel costruire un ambiente narrativo e poetico. Che si scriva per dieci lettori o qualche migliaio, il discorso non cambia. Qualità letteraria vuol dire fare il proprio lavoro intellettuale senza sconti e senza sciatterie. E facendoci anche dei soldi, ovviamente.

2) AUTORI EN ROUTE. La scelta dei curatori di Novevolt, non dipendendo dal talent-scouting (improbabile e impossibile per la nostra portata), dipende molto dalla linea che riusciamo ad intravedere negli autori, al di là della loro età. Non esiste forse un autore ideale di Novevolt, anche se esistono autori che cercano maturità e percorso, quelli che a noi piacciono, al di là degli stili, che ancora o da sempre si mettono in gioco, aggredendo il reale e allo stesso tempo il loro stile. Dove credi stia andando la tua ricerca letteraria? È ancora possibile una linea di ricerca negli autori contemporanei, o è un azzardo da fine dei tempi?

ALESSIO ARENA: Nel mio caso è sempre difficile parlare di ricerca, di linee direzionali ben precise perché associo costantemente alla letteratura linguaggi diversi come la musica (con la quale tento sempre con umiltà e assoluta devozione di mantenere una tradizione familiare) e più di recente il teatro. Confesso che la mia scrittura manca di una solida progettualità, che in ogni caso, credo renderebbe almeno più sterile e meno affascinante quel processo fisico (e morale) per cui spesso un romanzo si cristallizza in una canzone e viceversa. Che negli autori contemporanei esista ancora una linea di ricerca, lo credo fermamente, seppure l’industria della pseudo-letteratura monopolizzi tendenze, scuole, riferimenti per altro anche interessanti. Ma resta sempre un’altra via, l’alternativa che dà alla letteratura di oggi, come è sempre stato, il compito di mettere le dita dei buchi, (era Foster Wallace, no?) di strappare le maschere dalla faccia delle persone.

FABRIZIO VENERANDI: Vedo la ricerca letteraria come un momento naturale per uno scrittore. Se so scrivere e sono curioso, andrò a vedermi tutto quello che posso fare con la mia scrittura. Io sono molto curioso: ho scritto racconti per riviste tecnologiche, costruito videogiochi narrativi multiutente, ho lavorato per anni a blog fittizi sotto pseudonimo, creato motori su facebook che simulano personaggi narrativi, ho fatto scrittura collettiva per performance polivocaliche dal vivo. Il mio penultimo lavoro “Chi ha ucciso David Crane?” è un ebook di narrazione non lineare, che si svolge per atomi di testo navigabili dall’autore. Per me è naturale andare a vedere il punto di rottura della scrittura, il luogo in cui smette di essere semplice cronaca e diventa qualcosa di diverso. Anzi, è il posto dove sto meglio. La stessa struttura de “L’ultima avventura” fa sperimentazione nell’uso dei tempi verbali (presente-passato-futuro) e nel cambio di prospettiva del personaggio Buonaventura (prima-seconda-terza persona singolare).

3) LETTORI VINDICATI. Quando i curatori di Novevolt si guardano attorno, alla ricerca di autori, di stimoli, di letture più o meno convergenti con i propri gusti, notano una generale sottostima del lettore italiano. Questo, crediamo, comporta che il lettore di narrativa contemporanea sia da un lato uno specialista – che parlerà del libro su giornali e blog, ad altrettanti specialisti, e quindi garantendo un passaparola limitato – e dall’altro un’entità astratta simile a quella del dummy del crash-test delle auto, perfetto per testare ma poco reattivo, scabro, empatico. Descrivi il tuo lettore ideale e allo stesso tempo quello che credi sia il lettore ideale della grande e media editoria.

ALESSIO ARENA: Non esistono lettori ideali, ogni autore credo sia in qualche misura cosciente che il suo processo di scrittura non si esaurisca con la pubblicazione del suo lavoro e la sua distribuzione nelle librerie, ma continui invece nell’incontro con il lettore e con lo scambio che ne consegue, nel migliore dei casi, in cui ci si imbatte spesso in una significazione costante del materiale scritto. Se tale significazione rende partecipi sia autore che lettore vuol dire che sta accedendo qualcosa, che il cuore della storia ha cominciato a battere.

FABRIZIO VENERANDI: Il mio lettore preferito è quello che non si appassiona a quello che scrivo, che vive con il mio testo un rapporto intellettuale alla pari. Il mio lettore preferito è uno che si mette di fronte al banchetto luculliano che gli ho preparato sul tavolo, con tanto di bastoncini di legno dello shanghai, poi inizia a togliere i bastoncini senza fare cadere la torre e alla fine li usa per mangiare quello che c’è sul tavolo. Se poi è proprio un grande lettore, a banchetto finito, si mette le due dita in gola per vomitare tutto e mangiare ancora. Il mio cane, ad esempio, fa così. Il lettore ideale della grande e media editoria penso invece sia mia zia. Mia zia è la tipica lettrice, che pensa che la scrittura sia qualcosa di nobile e che leggere sia una attività in qualche modo superiore ad altre attività. Una visione un po’ sacrale e rassicurante, legata all’oggetto libro. Un’idea di lettura molto novecentesca, molto cara al mercato editoriale. Mia zia non legge i miei libri, dice che non ci riesce.

[continua qui]

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