“un libro da leggere due volte”

28 dicembre 2010 alle 1:36 pm | Pubblicato su Il mio cuore è un mandarino acerbo, Segnalazioni | Lascia un commento
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di Tonio Logoluso*

Di recensioni sui miei spettacoli nella mia carriera ne ho avute a centinaia e ovviamente, stando dall’altra parte della barricata, non è mai capitato a me di recensire o commentare pubblicamente qualcosa… stavolta lo faccio non per qualcosa inerente il Teatro, ma per un romanzo che ho appena finito di leggere, e più che di recensione preferirei parlare di “riflessione ad alta voce”.

Dunque, il libro in questione si intitola “Il mio cuore è un mandarino acerbo” (2010), ed è stato scritto da Alessio Arena (d’ora in avanti AA), giovane autore napoletano (anche bravissimo cantante) che ha già all’attivo un romanzo premiato come opera prima e altre pubblicazioni recentemente distribuite.

In genere, all’inizio di una carriera artistica, si tende ad accostare un giovane autore (soprattutto quando è talentuoso) a scrittori che possano accendere la fantasia popolare, sia colta che pubblica, e anche questo libro non ha fatto eccezione: ho letto commenti che avvicinavano il Mandarino di AA a Pasolini, Almodovar, Genet and so on…

Onestamente non mi entusiasma molto questo modo di approcciarsi all’artista e alla sua opera (per carità, certi lusinghieri paragoni in genere inorgogliscono l’autore) ma mi sembra quasi si sminuisca il valore stesso, laddove c’è, dell’opera in questione. E’ inevitabile che un artista risenta delle letture e degli autori che ama e ha più amato, vale per qualsiasi disciplina (Shakespeare non ha mai scritto un’opera originale ma solo rifacimenti di soggetti già esistenti), ma quando inizia il suo percorso, cercando la sua identità, non pensa a chi fare riferimento: fa ciò che sente più appropriato, punto e basta, ed è giusto così. Poi, come un bravo scultore, comincerà a limare, rifinire e aggraziare la propria creatura, fino ad ottenere un prodotto da mostrare con convinzione al pubblico e in cui riconoscersi compiutamente.

Se proprio volete alcuni nomi che mi ha ricordato la scrittura di AA allora vi dico Verlaine, Salinger e Joyce, e poi magari spiegherò anche il perchè, ma mi sembra decisamente più importante sottolineare la freschezza e l’armonia di questo romanzo che, a mio avviso, condensa il suo stato di maggior interesse e bellezza nella narrazione più che nell’azione.

La penna di AA è fluida, sicura e disinvolta, gradevolissima, con un lessico ricco e una sintassi piena di sfumature, intinta nell’inchiostro di una scelta stilistica molto bella: paragrafi (non li chiamerei capitoli) secchi, brevi e incisivi, scanditi in un taglio da sceneggiatura cinematografica che rendono la lettura ancora più agevole e accompagnano la narrazione con un montaggio di scene a volte in dissolvenza e altre in tagli netti, tra campi e controcampi, per raccontare le storie (che poi s’intrecceranno) di 3 nani, un travestito e una sposa mancata, sullo sfondo dell’isola di Procida negli anni ’80 ritmati dalle note di Amanda Lear.

Ci si impiega quasi 100 pagine per arrivare a qualcosa che “ribalti” l’azione iniziale, ma quelle 100 pagine sono una delizia di descrizioni, fatte per disegnare le coordinate dei personaggi principali e dell’ambiente in cui si muovono: non ci sono indugi, compiacimenti stilistici o iterazioni; tutto serve a far quadrare un cerchio che di colpo assume una forma geometrica irregolare e spiazzante. La tensione cresce, e pur privilegiando sempre la narrazione, il libro si arricchisce di azione che sfocia in un bel finale, drammatico e crudo al punto giusto.

Le lingue del racconto si snodano agevolmente e con padronanza: dall’italiano al napoletano, con brevi intermezzi francesi tra le citazioni di Baudelaire e i testi inglesi delle canzoni della Lear. I protagonisti hanno tutti tratti maledetti, quasi da girone dantesco, ed è la giusta connotazione in un’atmosfera che nella solennità dei riti sacri o nella vivacità delle parate da circo vive e nasconde un sottobosco quasi totalmente mefitico. Il punto di vista non è mai invadente, e il lettore non viene condizionato ma accompagnato elegantemente nello sviluppo della storia.

Morale della favola: da leggere almeno due volte, una per totali e grandangoli, l’altra per i primi piani, proprio come nelle riprese di un film. Non vi dirò ovviamente perchè “mandarino acerbo” ma ribadisco il concetto espresso a inizio nota: è acerbo solo nel titolo. Buona lettura

P.S. Per la curiosità legata agli autori che citavo sopra, dico che in alcune pagine il Mandarino mi ha ricordato la carnalità sensuale cruda e poetica, mai volgare, di Verlaine, in altre la dimensione di Salinger con l’uso stupendamente “sgrammaticato” del “che” (vedi “giovane Holden”) in altre ancora la struttura a domino che Joyce usa nel suo “Ritratto di un artista da giovane” per collegare gli avvenimenti. Ma preferisco sottolineare, sempre e comunque, l’originalità di Alessio Arena

*TONIO LOGOLUSO (Attore, Regista, Autore) è fondatore e direttore artistico della Compagnia “TEATRO DELLE ONDE” di BISCEGLIE (www.teatrodelleonde.it)

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